I pixel della Mini Transat

20 novembre, 2017

Quando qualcuno chiede cos’è la Mini Transat, la risposta non è così scontata.

Si potrebbe partire col dire che è una regata, per poi aggiungere “in solitario attraverso l’Oceano Atlantico”.

Poi se vogliamo essere più precisi e tecnici dovremmo specificare “a bordo di piccole barche di 6 metri e 50 centimetri, senza supporti tecnologici e senza contatti a terra.”

Questo potrebbe essere sufficiente a collocare in un contesto la Mini Transat.

Ma non basta per renderle giustizia.

Esiste un mondo che vive nel back stage di questa pazza e meravigliosa avventura.

Un “dietro le quinte” fatto di tantissime persone, di progetti, di lavoro duro, di famiglie trasformate in shore-team, di studio, di cantiere a lavorare anche di notte, di sponsor da fare innamorare.

E’ una regata in solitario, è vero, ma è un progetto di team, di quelli dove ogni singolo elemento costituisce un tassello fondamentale.

Solitamente una campagna Mini si prepara in 2 anni, all’interno dei quali bisogna organizzare tutto; qualifica, calendario delle regate, allenamenti, ricerca sponsor, lavori in cantiere, organizzazione della logistica, riunioni con gli addetti alla comunicazione, vacanze con la moglie e i figli, imprevisti.

Quando si finisce di fare la lista delle attività, sono già passati i 2 anni.

Per questo, alla partenza, gli skipper non sono solo emozionati, ma hanno voglia di mollare quelle cime ed essere finalmente soli con il loro Mini. Basta lavori a bordo, basta way-point da scrivere, basta interviste e fotografie per i social.

Si mollano gli ormeggi e finalmente inizia quella strana e pazza avventura che si è inseguita per anni.

Ma subito dopo aver preso il largo ci si accorge che a bordo non si è mai realmente soli, in pozzetto ti ritrovi con tutto il tuo progetto e in compagnia di ogni persona che ne ha fatto parte.

Allora quando mi chiedono di parlare della Mini Transat mi viene subito in mente di mostrare i volti degli uomini e delle donne che tagliano il traguardo ai Caraibi.

Perché quale immagine è più “evocativa”, se vogliamo parlare il “comunicatese”, di chi si trova a tagliare il traguardo di una regata dopo 15 giorni di Oceano, solo con la sua piccola barca, a cercare di arrivare davanti ad un avversario, che la maggior parte delle volte non si sa neppure chi sia, né soprattutto dove sia. Si tira al massimo, giorno dopo giorno, senza dormire, bagnati, affamati, senza contatto umano visivo, ripensando a tutta la fatica e all’impegno che ha portato fino a quel punto, soprattutto sapendo che a migliaia di chilometri ci sono le voci degli amici, della famiglia, dei fan.

All’arrivo le loro espressioni sono stordite, eccitate e felici anche per questo. Perché dopo oltre 2 settimane di Oceano, dove gli odori e i rumori sono di un’altra realtà, sai perfettamente che la rotta ti ha riportato da chi ha creduto e lavorato per te; per te, pazzo e scellerato skipper che hai voluto attraversare un oceano su un barchino minuscolo.

Mi torna sempre in mente la gigantografia di Eric Tabarly, che si trova all’entrata del museo a lui dedicato, creata dall’insieme dei ritratti di tutti i cittadini di Lorient.

Nel mio immaginario quindi, ingrandendo le foto dei ragazzi, non troverei dei pixel ma i volti e i ricordi del loro progetto, le risate, la fatica e tutto questo magico mondo che ruota intorno alla Mini Transat e ai Mini 6.50.

Un mondo fatto di persone, di barche e di oceano.

Ben arrivati Andrea, Ambrogio, Andrea ed Emanuele.

 

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